La Buona Scuola: il nuovo corso sta iniziando

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Per una compiuta informazione su quanto sta accadendo nel mondo della scuola pubblico, di seguito, un interessante contributo di Davide Faraone, Sottosegretario del Ministero dell’Istruzione, Università e della Ricerca. Per ripercorrere insieme le settimane di Buona Scuola appena trascorse ho scelto sei parole chiave. Le prime cinque sono trasparenza, protagonismo, investimento, ribaltamento e direzione.  

Trasparenza  – 
            I primi giorni di questo 2015 sono stati forieri di una conquista. Finalmente dopo 17 anni lo Sportello unico per l’edilizia scolastica si è nuovamente riunito al Miur. E continuerà a farlo periodicamente (il secondo incontro è finito appena qualche ora fa). L’obiettivo? Avere un quadro completo della situazione dell’edilizia scolastica in Italia. Non possiamo non sapere in che condizioni versano gli istituti dove vanno ogni giorno i nostri ragazzi, non possiamo leggere, 
sempre troppo tardi , di calcinacci che crollano. Ho spinto con forza perché l’ Anagrafe dell’edilizia scolastica venga completata al più presto. Sono molte le regioni che hanno già aderito e ben presto disporremo e pubblicheremo i dati a livello nazionale. Trasparenza vuol dire responsabilizzazione, presa di coscienza e possibilità di intervento preventivo e non emergenziale. E in questo senso è andata anche la scelta di avviare il  monitoraggio dei permessi legge 104/92. Lo scandalo dell’Istituto “Santi Bivona” di Menfi (Ag) – dove 70 insegnanti su 170 risultavano malati o con 104 – sintomo di una patologia del sistema, non deve ripetersi più né altrove. Bisogna bloccare i furbetti che danneggiano la scuola, l’educazione dei ragazzi e chi di quei permessi ha veramente bisogno. Di seguito i dati del monitoraggio dei beneficiari della legge 104, monitoraggio   che non è servito a oberare di lavoro dirigenti scolastici e uffici scolastici regionali ma a fornirci una fotografia della situazione. I dati saranno presto disponibili anche sul sito del Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca.

 

 

Adesso bisogna andare in profondità e intervenire laddove ci siano delle evidenti storture. La Buona Scuola comincia anche da qui.

Protagonismo  –

Protagonismo che responsabilizzi. Per questo vogliamo mettere al centro della Buona Scuola gli studenti. Valutazione dei docenti e della didattica, possibilità di scelta di un curriculum opzionale durante l’ultimo anno delle superiori, introduzione di nuove materie, elaborazione dello “Statuto delle studentesse e degli studenti in stage”, diritto allo studio: dobbiamo dare spazio ai giovani, metterli al centro della scuola. Sono abbastanza maturi per avanzare proposte, prendere decisioni e suggerire modifiche a un tema che li riguarda da vicino. Basta trattarli con paternalismo. Nello stesso tempo riflettiamo sugli  insegnanti: i professori non sono meri esecutori di compiti, sono professionisti. Quindi anche loro devono – e avranno – la possibilità di fare carriera. Potranno avere stipendi più alti in buona percentuale in base al merito e potranno scegliere tra due percorsi, quello più legato alla didattica (il  mentor) e quello di supporto-organizzativo (il  quadro-intermedio). Sono due attività e due impegni che i docenti hanno sempre svolto, non avendoli mai riconosciuti: finalmente avremo l’emersione del sommerso. I docenti non sono quelli delle 18 ore, ma vogliamo strutturare ciò che fanno per dare valore alle funzioni che da oggi diventano di sistema. Bisogna che agli insegnanti vengano riconosciute, per ciò che fanno, competenze a livello economico e con una progressione e diversificazione professionale. In modo chiaro e obiettivo, ma certo, per mantenere vive motivazione e riconoscimento. Protagonismo anche per  i dirigenti scolastici e le scuole. I dirigenti scolastici saranno i sindaci della comunità scolastica, non più manager. Questo vuol dire sgravarli di compiti che non sono pertinenti al loro ruolo. Dobbiamo sburocratizzare la scuola, dare reale autonomia, senza che questo significhi – così come è adesso – decentramento amministrativo. Se autonomia significa poter scegliere il meglio per i propri studenti, decidendo come utilizzare le risorse e rendendo conto responsabilmente dei risultati, allora è indispensabile che i dirigenti possano esercitare in pieno il loro ruolo di coordinamento didattico e culturale e non solo amministrativo, per il funzionamento ottimale di ciascuna scuola. Mettere al centro della scuola le figure che ne sono parte portante ogni giorno fa sì che ognuno si senta attore della buona riuscita della riforma e cooperi per il migliore funzionamento possibile. Se la scuola del decreto sarà “buona” è perché ci siamo messi in ascolto e abbiamo tenuto conto delle loro proposte.

Investimento  –

Questo governo ha da sempre messo al centro la scuola. E lo ha fatto non solo con promesse, programmi, desiderata, ma anche predisponendo risorse. Abbiamo raddoppiato il fondo di funzionamento per le scuole. Già da quest’anno ogni istituto avrà circa 35.000 euro – quasi 20.000 in più rispetto a quelli che aveva – per coprire le spese vive e investire nella didattica e nei laboratori. Non solo.  La buona scuola è diventata un brand in grado di attrarre su di sé l’attenzione dei privati. Sono state tantissime le imprese – da Samsung a Microsoft – che spontaneamente hanno contattato il Miur per “sponsorizzare” la scuola e le sue buone pratiche. E di questo sono molto contento: vuol dire che è chiaro a tutti che è sul futuro del nostro Paese che dobbiamo investire e che siamo chiamati tutti quanti a farlo perché la scuola è società e ne siamo tutti responsabili.

Ribaltamento  –

La riforma della “Buona Scuola” verte su un principio: istituzionalizzare quanto di buono c’è già (ed è tanto, lo so per averlo visto in giro per l’Italia) e ricostruire quello che non funziona e “macchia” il sistema. Per farlo, il più delle volte, basta spostarsi in là e cambiare prospettiva. È quello che stiamo facendo con l’inclusione di tutti gli studenti, ragazzi di recente immigrazione e alunni con bisogni educativi speciali. In entrambi i casi la regola è semplice:  basta con logiche emergenziali. Sono tutti fenomeni prevedibili verso i quali possiamo agire in maniera sistematica. Per gli  alunni stranieri dobbiamo rendere possibile l’accesso a scuola in qualsiasi momento dell’anno, prevedendo nell’organico funzionale aggiuntivo una quota di insegnanti referenti, in possesso di certificazione delle competenze per l’insegnamento dell’italiano per loro. Istituiremo, poi, dei laboratori linguistici permanenti, anche in rete, con insegnanti che abbiano seguito un percorso formativo per l’insegnamento dell’italiano agli stranieri. L’alterità non deve essere vista come un ostacolo o un rallentamento della didattica. L’alterità è arricchimento e se l’inclusione non viene vissuta a scuola difficilmente avremo una società aperta. Stesso ordine di idee per i ragazzi con bisogni educativi speciali. Riformeremo il sostegno che diventerà affare di tutto il personale scolastico: formazione in servizio per docenti curriculari, personale Ata e dirigenti scolastici e personale altamente specializzato per le disabilità gravi. Dobbiamo superare la delega che continua ad essere presente nelle classi, tra insegnanti di classe e insegnanti di sostegno. È un modo di fare che ha una ricaduta negativa anche e soprattutto sull’immagine che lo studente ha di sé. Sappiamo che in passato molti docenti sono passati sulle cattedre di sostegno come “ripiego” nei casi di esubero delle proprie classi di concorso, come scorciatoia per passare di ruolo: non può più essere così. Il benessere dello studente viene prima di tutto.

Direzione  –

La direzione che abbiamo intrapreso è quella giusta. Pecco di superbia? No. L’ho visto, per esempio, in Toscana, a Monsummano Terme, all’interno di uno dei  cantieri #scuolenuove. Nel corso di quest’anno verranno aperti circa 1.600 cantieri di #scuolesicure e altrettanti di #scuolenuove, quasi 600 di efficientamento energetico e almeno 100 nuove scuole con fondi Inail. Inoltre, con il progetto #scuolebelle, entro la primavera del 2016 si interverrà per la manutenzione e l’abbellimento di circa 15.000 istituti. È evidente che i numeri parlano chiaro e che la Buona Scuola ha tutte le carte in regola per esserlo sul serio e per non rimanere solo una generica dichiarazione sulla carta. E la direzione giusta è anche quella che dalla scuola va oltre la scuola. Non può esserci un sistema che funziona se scuola, università, ricerca, mondo del lavoro non funzionano sinergicamente. Perciò dopo il decreto metteremo subito mano a un nuovo capitolo, quello de  #labuonauniversità: centralità dello studente, orientamento in entrata e tutorato in itinere, offerta formativa dinamica e plurale e meno rigida, revisione della carriera dei docenti e del numero delle cattedre disponibili, più studenti, più residenze, più mobilità. E più mobilità non può essere solo quella dal Sud al Nord, che drena le energie vitali di una parte importante dell’Italia. E dati in chiaro, come per la Scuola. Trasparenza, anche in questo caso, significa responsabilizzazione e comparazione. È il primo passo per ritessere quel dialogo Università – Società da più parti richiesto: noi ci impegneremo per realizzarlo al meglio.

Ultima parola è  coerenza . Abbiamo voluto che la scuola fosse responsabilità di tutti, che tutti potessero dire la propria per renderla migliore, che le parole di ciascuno non fossero gettate al vento ma che, affastellate l’una sull’altra, trovassero sbocco in un’idea, in una proposta e poi in un progetto. Così è stato e lo vedrete nelle pagine del decreto, quando “La Buona Scuola” sarà numeri ed azioni puntuali. Il nostro futuro è oggi e la cosa bella è che stiamo facendo in modo di guardarlo chiaro in faccia per cambiare cosa non va. Continuiamo a costruirlo insieme.

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